Che cos'è la comunicazione umana spiegato attraverso il percorso di una notifica RASFF dal consumatore al laboratorio

L’articolo 50 del Regolamento (CE) n. 178/2002 definisce il RASFF come una rete per notificare rischi diretti o indiretti per la salute umana legati ad alimenti e mangimi. È un buon punto di partenza per capire che cos’è la comunicazione umana: non il semplice passaggio di un dato da un mittente a un destinatario, ma un processo nel quale quel dato viene contestualizzato, interpretato, tradotto e verificato attraverso le risposte che produce.

Prendiamo un richiamo alimentare visto da un consumatore. Sullo schermo compare l’indicazione di non consumare un prodotto. A monte, però, non esiste una frase già pronta che ha viaggiato intatta dal laboratorio al pubblico. Esiste una catena di passaggi. A ogni passaggio qualcuno seleziona informazioni, attribuisce priorità, cambia linguaggio e cerca di prevedere l’azione del destinatario. Ripercorrere la catena al contrario fa vedere dove finisce la pura informazione e dove comincia davvero la comunicazione.

Che cos’è la comunicazione umana quando il destinatario deve agire

Per il consumatore, un richiamo non è prima di tutto un risultato analitico. È una domanda pratica: ho quel prodotto in casa e che cosa devo fare?

La notifica pubblica deve quindi permettere di riconoscere il prodotto, comprendere il problema e scegliere un comportamento coerente. Se offre soltanto il nome di un contaminante, informa ma non necessariamente comunica. Il destinatario potrebbe non sapere quali confezioni siano coinvolte, potrebbe confondere il pericolo con il rischio effettivo oppure potrebbe ignorare l’avviso perché non ne capisce la portata.

Qui il significato non sta soltanto nelle parole usate. Dipende dal contesto in cui vengono ricevute. La stessa indicazione può arrivare a chi ha già consumato l’alimento, a chi lo tiene ancora in dispensa o a chi non lo ha mai acquistato. Tre situazioni diverse producono tre interpretazioni diverse.

Il portale pubblico RASFF rende consultabili le informazioni condivise nella rete. Questo allarga il pubblico: un contenuto nato per circolare tra soggetti competenti diventa accessibile anche a persone prive del loro lessico tecnico. Cambiando il destinatario, devono cambiare almeno tre cose:

  • la quantità di contesto fornita;
  • il significato attribuito ai termini specialistici;
  • l’azione che ci si aspetta dopo la lettura.

Non vuol dire annacquare il dato. Vuol dire renderlo utilizzabile senza deformarlo. La comunicazione efficace non elimina la precisione: elimina gli ostacoli inutili alla comprensione.

Dal consumatore al distributore: il feedback rivela ciò che il testo non aveva previsto

Risaliamo di un passaggio. Il distributore riceve informazioni su un prodotto già sul mercato. Le notifiche di allerta RASFF riguardano proprio prodotti presenti sul mercato che comportano un grave rischio per la salute. Ma ricevere un’allerta non coincide ancora con il saperla gestire.

Per il distributore, il dato deve agganciarsi alla realtà operativa: quali unità sono coinvolte, dove si trovano, quali sono già uscite e quali informazioni devono raggiungere i punti di vendita. Il laboratorio ragiona sul campione; il distributore deve ragionare sulla circolazione del prodotto. Il fatto di partenza resta lo stesso, mentre cambia la domanda a cui deve rispondere.

È qui che entra il feedback. Domande ripetute, identificazioni sbagliate, richieste di chiarimento o mancate reazioni indicano che il messaggio non ha prodotto l’interpretazione prevista. Non sono rumore da scartare. Sono segnali sul funzionamento del sistema.

Se molte persone non riconoscono il prodotto, il problema può essere nella descrizione. Se il punto vendita non distingue le confezioni coinvolte dalle altre, può mancare un riferimento operativo. Se il pubblico interpreta un richiamo circoscritto come un allarme generalizzato, serve più contesto. Il feedback consente di correggere non soltanto il singolo avviso, ma anche il modo con cui verranno costruiti quelli successivi.

Una comunicazione senza ritorno assomiglia a un utensile usato senza guardare il pezzo: il movimento c’è, ma nessuno controlla il risultato.

L’autorità sanitaria traduce il rischio senza cambiare il fatto

Un altro passo indietro porta all’autorità sanitaria. Qui le informazioni devono essere valutate e collocate dentro una rete istituzionale. Il RASFF, secondo l’articolo 50 del Regolamento (CE) n. 178/2002, serve a notificare rischi diretti o indiretti connessi ad alimenti e mangimi. La rete permette la condivisione, ma la condivisione da sola non risolve il problema del significato.

Per il laboratorio, la presenza di un contaminante è un esito analitico. Per l’autorità, quell’esito entra in una valutazione del rischio e in una comunicazione rivolta ad altri soggetti. Per il distributore diventa un problema di individuazione e gestione del prodotto. Per il consumatore diventa una decisione quotidiana. Non sono quattro versioni arbitrarie dello stesso fatto: sono quattro letture legate a responsabilità differenti.

La traduzione deve conservare il nucleo tecnico evitando due difetti opposti. Il primo è l’eccesso di gergo, che lascia al destinatario l’onere di indovinare. Il secondo è la semplificazione brutale, che toglie condizioni e limiti fino a rendere il messaggio più netto ma meno corretto.

Le indicazioni di EFSA sulla preparazione e sulla risposta agli incidenti alimentari collocano la comunicazione dentro la gestione dell’incidente, non come decorazione finale. Il punto è concreto: l’informazione deve arrivare ai soggetti adatti in una forma che permetta loro di interpretarla e reagire. La risposta ottenuta torna poi nel sistema e ne influenza i passaggi successivi.

Il referto di laboratorio non contiene già tutti i significati

Alla fine della cronaca a ritroso troviamo il laboratorio. Qui il lavoro è delimitato: un campione, un’analisi, un risultato espresso con criteri tecnici. Il referto deve essere preciso. Non deve però fingere di essere autosufficiente.

Un risultato analitico non racconta da solo dove si trovi il prodotto, chi lo abbia acquistato, quali soggetti debbano essere avvisati o come il pubblico interpreterà una determinata formula. Queste informazioni emergono collegando il risultato ad altri elementi e alle responsabilità dei diversi attori.

Dire che comunicare significa trasmettere informazioni porta a immaginare una linea: laboratorio, autorità, distributore, consumatore. Il messaggio partirebbe completo e arriverebbe più o meno integro. È una rappresentazione utile per disegnare il percorso, ma troppo povera per spiegare ciò che accade.

L’analisi sviluppata dalla scuola di Palo Alto sui sistemi relazionali aiuta a vedere il limite: gli scambi non vivono isolati, ma dentro relazioni e contesti nei quali ogni risposta modifica il passaggio successivo. Il destinatario non è un terminale passivo. Interpreta sulla base del proprio ruolo, agisce oppure non agisce e, con questa risposta, restituisce informazioni al sistema.

Non serve caricare il concetto di gergo psicologico. In officina si direbbe più semplicemente così: il disegno non basta se chi deve lavorare il pezzo lo legge con riferimenti diversi. Bisogna controllare che quote, tolleranze e istruzioni producano la stessa lavorazione attesa.

Come distinguere una comunicazione completa da un semplice invio

Il caso RASFF permette di ricavare una verifica pratica, utilizzabile anche fuori dalla sicurezza alimentare. Prima di considerare conclusa una comunicazione, conviene rispondere a cinque domande:

  • Qual è il fatto? Va separato dalle deduzioni e dalle istruzioni operative.
  • Chi lo riceve? Un tecnico, un’autorità, un distributore e un cittadino non dispongono dello stesso contesto.
  • Che cosa deve capire? Non tutto ciò che il mittente conosce serve al destinatario, ma ciò che serve non può restare implicito.
  • Che cosa dovrebbe fare? Se è richiesta un’azione, deve essere riconoscibile e compatibile con il ruolo di chi legge.
  • Come sapremo se ha capito? Serve osservare domande, errori, tempi di risposta e comportamenti, senza dare per scontato l’esito.

Questa è anche la differenza tra informazione e comunicazione: l’informazione è il contenuto reso disponibile; la comunicazione umana comprende il contesto, l’interpretazione del destinatario e il ritorno che permette di correggere il processo.

Dal punto di vista del laboratorio, il lavoro può sembrare concluso quando il risultato è corretto e leggibile. Guardando l’intera catena, invece, quel referto è soltanto il primo componente montato. La prova vera arriva quando persone con ruoli diversi riescono a ricavare dallo stesso fatto decisioni coerenti, senza dover riempire i vuoti a intuito.

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Di Mario Lorenzutti

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