La differenza tra comunicare e parlare illustrata in due versioni di una visita medico-paziente

Quando un medico ha spiegato correttamente una terapia, ma il paziente esce convinto che starà male, il compito può dirsi concluso? La differenza tra comunicare e parlare sta soprattutto qui: parlare significa formulare e pronunciare un messaggio; comunicare richiede di considerare lo scopo, il contesto, l’interpretazione di chi ascolta e il feedback che torna indietro. Le parole possono essere corrette e tuttavia produrre un risultato sbagliato.

Per osservare il problema conviene ricostruire una visita ipotetica come si farebbe con un incidente: stessa informazione clinica, due sequenze operative. Il medico deve dire che un farmaco può provocare nausea, che il foglio illustrativo contiene informazioni utili e che eventuali problemi vanno segnalati. Non è una prescrizione reale, ma un caso di analisi.

La differenza tra comunicare e parlare in quattro passaggi

1. L’intenzione

Versione A, il medico parla. «Questo farmaco può provocare nausea. Legga il foglio illustrativo e mi avverta se ha problemi». La frase è comprensibile, l’informazione è pertinente e il medico considera assolto il proprio dovere dopo averla pronunciata.

Versione B, il medico comunica. «Le spiego quali disturbi potrebbero comparire e soprattutto come comportarsi se li nota. Vorrei evitare sia che li sottovaluti sia che interrompa la terapia sulla base di un timore». L’informazione di partenza non cambia. Cambia l’intenzione dichiarata: non trasferire un elenco, ma orientare una decisione futura.

Annotazione a margine: nella prima versione l’obiettivo implicito è emettere un messaggio corretto. Nella seconda è ottenere una comprensione utilizzabile. Parlare può essere una parte del processo comunicativo, ma non ne certifica l’esito.

2. Il contesto

Versione A. Il paziente ha appena ricevuto una diagnosi ed è visibilmente preoccupato. Il medico prosegue: «Nel foglio trova tutti gli effetti indesiderati». L’affermazione può essere formalmente trasparente, ma arriva mentre l’attenzione del destinatario è occupata dalla paura.

Versione B. Il medico rileva il contesto: «Vedo che questo elenco la preoccupa. La presenza di un effetto nel foglio non significa che si verificherà necessariamente. Separiamo quello che deve conoscere da quello che dovrà fare». Non nasconde l’informazione e non promette assenza di rischi. Le assegna una cornice.

Il report GIMBE/Evidence del 31 maggio 2018, intitolato “L’importanza delle parole”, descrive l’informazione al paziente come un mediatore della variabilità tra malattia e sintomi e richiama gli effetti avversi non specifici. È il punto tecnico dell’effetto nocebo: aspettative negative e modalità di presentazione possono contribuire alla percezione di sintomi e stress. Dire tutto senza costruire il contesto non è automaticamente più efficace. In alcuni casi può aumentare il rumore che il paziente dovrà interpretare.

3. L’ascolto

Versione A. Il paziente domanda: «Quindi è probabile che starò male?». Il medico risponde: «Non ho detto questo, ho detto che può succedere». La precisazione è linguisticamente corretta. Il problema, però, viene attribuito al destinatario: ha capito male.

Versione B. Alla stessa domanda il medico replica: «Che cosa le fa pensare che sia probabile?». Il paziente spiega di avere avuto una brutta esperienza con un altro farmaco. Ora emerge un dato che non era contenuto nelle parole iniziali, ma che ne governa l’interpretazione.

Annotazione a margine: ascoltare non significa soltanto lasciare finire la frase. Significa cercare il modello mentale con cui l’altra persona sta decodificando il messaggio. Senza questo passaggio il medico risponde alla domanda letterale, non al dubbio che l’ha generata.

4. La verifica

Versione A. «È tutto chiaro?». Il paziente risponde «sì». La visita termina. Questa domanda verifica soprattutto la disponibilità del paziente a dichiarare un problema davanti al medico. Non dimostra che abbia capito cosa osservare, quando chiedere aiuto o come usare le diverse fonti informative.

Versione B. «Per controllare se mi sono spiegato bene, mi dice con parole sue che cosa farà se compare un disturbo?». Il paziente ricostruisce il percorso. Il medico può individuare omissioni, correggere interpretazioni e distinguere tra lettura del foglio illustrativo, indicazioni ricevute e successivo contatto.

Il feedback chiude il circuito. Non è un esame imposto al paziente, ma un collaudo del messaggio prodotto dal professionista. Se la risposta ricevuta non coincide con l’intenzione iniziale, ripetere la stessa frase più lentamente spesso non basta: occorre cambiare formulazione o ricostruire il contesto.

Correttezza e quantità di informazioni non misurano l’efficacia

La distinzione tra parlare e comunicare non contrappone precisione e relazione. Una comunicazione clinica efficace deve restare corretta, ma la correttezza è una condizione necessaria, non il risultato finale. Un foglio illustrativo completo può contenere informazioni difficili da ordinare per chi è sotto stress. Lo studio del 2021 sulla leggibilità dei fogli illustrativi italiani e polacchi, identificato dal DOI 10.3726/b18558, affronta proprio il tema della leggibilità di questi documenti: presenza dell’informazione e accessibilità non sono concetti intercambiabili.

Per le interazioni tra farmaci e alimenti, AIFA raccomanda di integrare quanto riportato nel foglio illustrativo con le indicazioni del medico. Il verbo decisivo è integrare. Consegnare un documento non trasferisce automaticamente al lettore criteri, priorità e capacità di applicazione al proprio caso.

Dall’altro lato, ridurre o attenuare le informazioni per paura di allarmare sarebbe una scorciatoia pericolosa. AIFA segnala che la comunicazione degli effetti collaterali può portare a nuove avvertenze, migliorando la sicurezza collettiva. Il feedback del paziente non serve soltanto a verificare la comprensione individuale: quando entra correttamente nei percorsi previsti, contribuisce alla conoscenza dei rischi. Contesto non significa omissione; significa rendere l’informazione interpretabile senza neutralizzarla.

Il canale modifica il messaggio e la qualità del feedback

Un’indagine riportata da InSaluteNews indica che il 42% dei medici utilizza WhatsApp. Il dato non stabilisce se il canale sia buono o cattivo. Mostra però che una parte della comunicazione medico-paziente passa attraverso uno strumento nel quale tono, tempi, privacy del contesto e possibilità di approfondimento cambiano.

Un messaggio come «può continuare, mi aggiorni se peggiora» può essere corretto per chi conosce già il caso. Isolato nella cronologia di una chat, lascia aperte domande operative: che cosa significa peggiorare, entro quanto tempo, con quale modalità di contatto? La brevità elimina attrito, ma può eliminare anche indizi utili.

Prima di scegliere il canale conviene controllare quattro condizioni:

  • Scopo: si sta trasmettendo un dato, dando un’istruzione o raccogliendo un problema?
  • Carico emotivo: il destinatario può interpretare il messaggio con calma oppure è già allarmato?
  • Ambiguità: quali parole richiedono criteri concreti per essere applicate?
  • Ritorno: il canale consente una risposta sufficiente a verificare che cosa sia stato capito?

Il modulo FNOMCeO dedicato alla comunicazione medico-paziente offre un riferimento professionale per trattare questi passaggi come parte del lavoro clinico, non come semplice cortesia. La forma del messaggio incide sulla possibilità di raccogliere informazioni, correggere equivoci e sostenere decisioni consapevoli.

Dopo 24 ore: il controfattuale delle due visite

Nella prima versione il paziente torna a casa, legge una lunga serie di possibili effetti indesiderati e interpreta una lieve sensazione gastrica come conferma di ciò che teme. Non ricorda se debba aspettare, contattare il medico o modificare autonomamente la terapia. Il medico aveva parlato in modo corretto, ma non possiede alcun riscontro su ciò che quelle parole hanno prodotto.

Nella seconda versione il paziente può avvertire la stessa sensazione. Dispone però di una cornice concordata, sa come integrare il foglio con le indicazioni ricevute e ha ricostruito il comportamento da adottare. Se ricontatta il medico, il feedback contiene elementi più utili e meno interpretazioni lasciate al caso.

Questa è, sul piano operativo, la differenza tra comunicare e parlare: non il numero di parole pronunciate, ma la distanza tra il significato inviato e quello che guiderà l’azione. Nella prossima conversazione professionale, quale dei quattro fotogrammi — intenzione, contesto, ascolto o verifica — manca più spesso e come potrebbe essere documentato?

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Di Mario Lorenzutti

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